Scendi per le otto che ti porto al mare. Andrea Perticaroli.

Scendi per le otto che ti porto al mare

«Scendi per le otto che ti porto al mare.»

Mi hai scritto alle dieci di lunedì sera, son da poco tornato da lavoro mentre affanno nella cucina per cercare qualcosa di commestibile che mi faccia tappare il buco allo stomaco; ti leggo e mi passa.

A digiuno d’amore son rimasto per un po’, voglio farci indigestione adesso. Ti rispondo facendo correre velocemente i polpastrelli sullo schermo

«Okay, va bene, a domani.»

e corro in camera a preparare il maglione in caso facesse freddo la sera ché comunque sempre a Settembre siamo, prendere due magliette in caso te ne scordassi una, le calze e la bottiglia d’acqua.

Mi faccio la doccia, asciugo per terra, mi avvolgo nell’accappatoio e lascio il mio peso inglobarsi nel materasso che sa d’ammorbidente.

Penso: d’amore non c’è mai morto nessuno ma stasera ammazzerei per averti qui.

Son le otto meno cinque e già sei giù che strombetti il clacson, devi darti una calmata, altrimenti domani con la Raffa del secondo piano ci discuti tu.

«Ma che minchia devi prepararti?Mica andiamo agli Emmy, muoviti!» urli dal finestrino, ti zittisco con uno sguardo veloce togliendo la tenda perlacea dalla finestra.

Otto e due minuti e mi siedo sul sedile, col fiatone:
«Anche se avessi tre ore di anticipo, riusciresti ad essere in ritardo, incredibile.»

«Perlomeno non ho un ritardo mentale come il tuo, Leo.»

«Sì infatti, pensa che ritardo abbia per portarti al mare l’unico giorno che ho libero dal lavoro: un coglione mondiale. Hai fatto colazione?»

«No, ti pare?»

E dal sedile dietro prendi un sacchetto con due brioches dentro, me lo sbatti sulle gambe:
«Ritardato mentale, eh?»

Ti pulisco i baffi dallo zucchero a velo con un bacio.

Canto le canzoni nel tragitto, tu che guidi fissando dritto,

certe volte allo stop ti fermi cinque secondi in più per guardarmi senza dirmi niente, mi incornici come se fossi il tuo quadro di Monet, ritorni poi guardingo alla guida; quanti occhi ti hanno visto prima di me,

quanti ne hai dovuto vedere prima dei miei e quanti ancora dovrai abbassarne per la paura di averne due con cui guardare: io, di paura, con te, non ne ho più.

Mi prendi la mano e la appoggi con la tua sul cambio, retro, poi prima, seconda fino alla quarta, premi l’acceleratore su qualcosa che di marce non ne vuole conoscere, basta che avanzi, basta che resti.

Certe volte hai preferito ridurre me in resti anziché dirmi «Guarda che resto, io.»

Ci fermiamo ad un semaforo a tre corsie, la mia mano sulla tua, stringo forte, tu la lasci mentre guardi verso destra la signora nel Suv bianco col marito fissarti esterrefatta:

si gira verso il marito confabulando, probabilmente, come al giorno d’oggi ci siano persone che, nella propria macchina, guarda te, vogliano tenersi per mano.

Due persone, non due maschi. Due mani, non due manganelli. Scatta il verde ed in tre secondi hai fatto trenta metri, scappi dalla vergogna, tu che vai avanti in terza, io che rimango fermo al verde, in sosta, inerme.

Chissà quante mani hai lasciato indietro per paura che fossero più strette delle tue, più brave a non sapersi abbandonare.

Scendiamo dalla macchina senza dir niente, tocchiamo la sabbia con la punta delle dita: tiepida.

Corri svestendoti, fai il bagno in mutande, sparisci tra le onde troppo grandi, a volte riaffiori, tieni il respiro, tocchi il fondo, rivieni a galla: torni e te ne vai, torni e te ne vai, un po’ come fai con me.

Io come una mamma che trattiene il respiro per te quando vai sott’acqua per troppi secondi, fermo sulla battigia, gioco con la sabbia bagnata per distogliere lo sguardo dalla preoccupazione involontaria.

Esci con la pelle d’oca, cerchi con lo sguardo l’asciugamano sul quale mi son seduto, mi vieni addosso per prenderlo, bagnandomi tutto: mi guardi e, ancora, non dici niente.

Non c’è il bisogno di riempirlo il rumore del mare parlando,

non capendo se non abbiamo niente da dirci, o forse già detti o addirittura che ci stiamo dicendo. Io ti amo Leonardo, e tu?
Tu che mi stai dicendo?

Ho letto seicento libri, visti altrettanti film, spettacoli in cui c’era gente che recitava e, paradossalmente, era molto più brava di noi a fingere d’amarsi: allo spettatore basta che la storia sia coinvolgente, veritiera, con un finale inaspettato.

Per le cose belle non servono documenti, non servono dimostrazioni, né autorizzazioni: perché dovevo averne una per te? Perché solo io e te?

Di me conosci quello che sta dietro al sipario, le ombre, le persone che bisbigliano, i trucchi, i meccanismi: non ti muovere da qua che un giorno ti racconterò del palco che non hai mai visto.

Andiamo a mangiare qualcosa di caldo su una veranda che sporge proprio sulla spiaggia: «A mangiare col mare», si chiama.

In effetti, mangi la salsedine e qualche granello di sabbia non richiesto ma una pasta del genere nemmeno da mia mamma l’avevo mai assaggiata.

Mi sporco la camiciola cenere col sugo, ti sporgi col tovagliolo per togliermi la macchia, ti avvicini troppo col viso, io che mi trattengo, tu che ti freni col peso sulle gambe per non cadere in un errore ed orrore d’altri tempi: un bacio.

Ti allontani e ti risiedi al tuo posto, io che abbasso lo sguardo sul piatto vuoto mentre disegno con la forchetta delle sagome sul sugo rimasto.

Mi prendi con la mano il mento facendo sì che alzi il mio sguardo per riconoscermi nel tuo: vedo il mare, anche se è sulla destra, il fondo, la sabbia scura, io che trattengo il respiro per troppo a lungo.

Deglutisco quello che forse sarebbe stato un altro bacio.

Potrà pure sembrare vendicativo ed egoista ma un giorno spero sarai in quella situazione in cui ti pentirai talmente tanto di non aver saputo restare e, con rammarico, sapermi già perso.

Ti volti verso il muro che dà sulla cucina, una parete bianca con una scritta color sabbia:

“Ben oltre le idee
di giusto e di sbagliato
c’è un campo, ti aspetterò laggiù”
Ti giri di scatto per vedere se ti avessi seguito nella lettura, cerchi la scena sul palco, pur restando dietro al sipario.

Io di profilo, che guardo il mare che si oppone all’argine dello scoglio: l’amore è per i coraggiosi, tutto il resto è coppia.
“Ben oltre le idee
di giusto e di sbagliato
c’è un campo, ti aspetterò laggiù”
Laggiù dove, Leonardo?
Laggiù dove?
Dove io mi faccio mare e tu, forse, male.

Andrea Perticaroli

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Scendi per le otto che ti porto al mare
Photo: Nathan Mcbride